PASQUALE CHIRIVI' Recensione del Libro di Gino Caputo

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PASQUALE CHIRIVI' Recensione del Libro di Gino Caputo

NARDO' FOTO ARTE STORIA
  PASQUALE CHIRIVI'      14 Maggio 2021


Recensione del libro di Gino Caputo

Complessi musicali e cantanti a Nardò negli anni '60 e '70,
 
 
Non è la prima volta che Luigi Caputo si dedica alla coltivazione della memoria collettiva storica della sua città, Nardò, con le ovvie ricadute sui comuni vicini. Non sembri strano il verbo “coltivare” col quale identifico la sua meritoria opera. Il passato è un terreno che calpestiamo tutti i giorni della nostra vita, ma ogni volta i nostri passi lo comprimono un po’ di più rendendolo meno fertile. È per questo che ogni tanto bisogna dissodarlo a dovere affinché i ricordi che vi giacciono inerti germoglino sotto forma di amene florescenze e non come erbacce infestanti. La nostra identità è impastata di Memoria, sostanza senza la quale non siamo niente, come può confermare chiunque abbia un parente malato di Alzheimer, e i ricordi ne sono i sintomi evidenti. Il ricordo è il filo di sutura che tiene insieme quello che siamo con quello che siamo stati. Più è vivo il nostro passato e meglio riusciamo a capire il presente, grazie anche a quell’infallibile senno del poi che non avevamo quando quel passato lo vivevamo come presente.
Il libro di Caputo è dedicato ai Complessi musicali e cantanti a Nardò negli anni '60 e '70, ovvero a quella moltitudine di ragazzi che scelsero la musica come passatempo preferito e, in qualche caso, come ragione stessa di vita. Caputo non si dedica, in questo caso, alla celebrazione di chi per vie accademiche ha raggiunto posizioni di prestigio anche a livello internazionale, quella è una pratica già archiviata grazie alle sue precedenti pubblicazioni: Amarcord Nardò - Luoghi, personaggi e aneddoti della cultura popolare neritina, del 2018 e, soprattutto, Neritini - Ritratti di personaggi dell'arte figurativa, della musica, dello spettacolo, del 2020. Qui egli si è inoltrato nel vivo delle passioni giovanili di un’epoca probabilmente irripetibile, per motivi facilmente ravvisabili nell’ormai logora retorica di una mitologia che va dal Sessantotto ai movimenti studenteschi e alla triste deriva degli anni di piombo. Un’epoca al tempo stesso meravigliosa e terribile dalla quale, forse, non siamo usciti molto bene. Chi ha vissuto quegli anni, avendo l’età giusta per esserne protagonista o per conservarne un vivo ricordo, si riconosce in un immaginario collettivo nel quale la fruizione e la pratica della musica occupano un posto di primo piano molto più che nelle generazioni precedenti.
 
Io li ho visti i commenti che i protagonisti di quell’epoca coinvolti da Caputo si sono scambiati su Facebook in occasione della pubblicazione di alcune foto appartenenti all’ampio apparato iconografico del libro o di qualche stralcio dai numerosi contributi di qualche protagonista, tra i quali anche il mio. Ho letto le loro considerazioni, le precisazioni di chi è informato sui fatti in merito a qualche inevitabile inesattezza; ho visto partire quel flusso multidirezionale di memoria nel quale ognuno contribuisce con il pezzo del puzzle che gli appartiene alla costruzione di un’identità condivisa, forse aleatoria, ma comunque un’identità: quella di chi non riesce a immaginare la sua esistenza senza il filo conduttore della musica. Perché quando si riceve un imprinting, quando si è marchiati dall’effimero fuoco dell’arte, un fuoco che non brucia ma accende l’animo di passione, non si torna indietro. Non conosco nessuno che si sia lamentato di un vissuto di questo tipo, e se esistesse sarebbe un caso da studiare. Tutti noi, sia chi ha abbandonato da decenni la pratica musicale, perché la vita lo ha portato su altre strade, sia chi l’ha perseguita con risultati di tutto rilievo, tutti noi conserveremo per sempre la consapevolezza di avere attinto a qualcosa di speciale che rende la vita degna non solo di essere vissuta, ma anche di essere ricordata e raccontata.
 
Con il suo libro, ricco di immagini e di storie, Luigi Caputo ha avuto questo indubbio merito, innescando anche una “corresponsione di amorosi sensi” tra persone che spesso non si conoscono, in quanto appartenenti a generazioni contigue ma diverse, mettendole in relazione tra loro su un terreno comune e stimolando la loro voglia di capirne di più del proprio passato anche attraverso le altrui esperienze. Non è poco, e di questo tutti noi gli siamo grati.









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