Capitolo 4 - Terra d'Otranto dall'assolutismo borbonico..... - NARDO' FOTO ARTE STORIA

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Capitolo 4 - Terra d'Otranto dall'assolutismo borbonico.....

INTERNATI MILITARI ITALIANI > BRIGANTAGGIO
Autore: Prof. Francesco Bove - Preside in Quiescenza
                                    articolo pubblicato il 20 Ottobre 2021


Capitolo 4°     
Terra d'Otranto dall'assolutismo borbonico allo stato borghese e la posizione della Chiesa

La denominazione 'Terra d'Otranto' risale al tempo del dominio bizantino, risiedendo il governo della regione nella città di Otranto. Federico II° divise la Puglia in tre giustizierati: Bari, Foggia e Terra d'Otranto.
Quest'ultima abbracciava non sola tutta la penisola salentina, ma anche una parte della regione delle Murge, estendendosi a Nord-Ovest sino al Bradano, così da includere anche il territorio di Matera.
Conservo' tali confini anche sotto gli Angioini, i Durazzeschi e gli Aragonesi, mentre durante il periodo spagnolo e precisamente  nel 1663 il territorio di Matera e’ passato dalla circoscrizione di Terra d'Otranto  alla Basilicata.
Tutte le tensioni e i contrasti connessi alla formazione dello stato unitario sono destinati a ripercuotersi inevitabilmente anche in Terra d'Otranto dove la situazione economica e sociale non differisce da quella dell'intero Mezzogiorno.
Su un territorio di 6.500 Kmq, con 130 comuni e 70 borgate, risiedono 500.000 contadini, la gran parte dei quali vive nella miseria e nell'ignoranza, dedicandosi ad una agricoltura arretrata, perennemente in crisi. Olivo, tabacco e cereali sono i principali prodotti, ma sempre scarsi e non adeguati al fabbisogno, e per l'uso di mezzi antiquati, e per le avversità naturali, e per la mancanza di acqua.
L'attività della pesca è quasi inesistente, scarsi i traffici marittimi, il commercio e' penalizzato dalla difficoltà e dalla pericolosità delle comunicazioni e dal l'esistenza di forti dazi doganali.
Le prime vittorie di Garibaldi provocarono anche in Terra d'Otranto disparità di giudizi e soprattutto evidenziarono il problema di fondo della societa' meridionale: la questione agraria.
L'episcopato in particolare assume un atteggiamento fortemente anticostituzionale per la difesa del potere temporale della Chiesa. Alle iniziative controrivoluzionarie prende parte attiva il vescovo di Nardò, Mons. Luigi Vetta (*), il quale, "... senza por tempo in mezzo e a tutto rigore di posta" (9) si affretta ad inviare la sua adesione ad un indirizzo in cui "si manifestava al comune Padre, la fedeltà e l'intera devozione ai sentimenti di profondo cattolicismo, nel fermo e santo proposito di essere preparato a tutto, a difesa della Chiesa cattolica e del suo capo".
Ma quando il successo dell'impresa garibaldina divento' sempre più evidente e; "... molti contadini, uniti insieme, chiedono con minacce la divisione dei demani" (10) i democratici non furono in grado di mettersi alla testa del movimento contadino e di conseguenza i borbonico-clericali strumentalizzarono le tensioni esistenti nelle campagne.
Prosegui' l'esodo dei vescovi dalle loro sedi: già ad agosto Mons. Margarita, vescovo di Oria, si trasferisce a Francavilla, sua città natale; poi è la volta di Mons. D'Avanzo, di Castellaneta e di Mons. Ferrigni, della diocesi di Brindisi. A settembre Mons. Rotondo deve lasciare l'arcivescovato di Taranto, segue Mons. Bruni di Ugento, Mons. Laspro di Gallipoli e infine quello di Nardò, Mons. Vetta, si rifugia a Parabita.
L'unico a far atto di adesione al nuovo ordine di cose è il vescovo di Lecce, mons. Caputo. Il clero comunque è fortemente convinto della precarietà della situazione politica e dell'imminente ritorno di Francesco II°, tanto che il plebiscito del 21 ottobre 1860 trova la gerarchia ecclesiastica del tutto contraria all'annessione del Mezzogiorno al Regno di Sardegna.
Il vescovo di Nardò ordina ai suoi fedeli di non andare a votare "... dando a vedere che si incorreva nella scomunica e i preti...non intervennero alla votazione" (11). Alla fine il risultato del plebiscito è favorevole all'annessione: su 111.951 elettori, 16.452 gli astenuti, contrari 929, favorevoli 94.570.
Bisogna tuttavia tener presente che l'elettorato è un quarto dell'intera popolazione e che il voto non è segreto: a Lecce per esempio su 5000 votanti non c'è un solo voto contrario all'annessione. Dopo il plebiscito, il maggior problema che si pone alla nuova classe dirigente è quello di garantire l'ordine pubblico.
"... Per far ciò non era necessario solo reprimere ma assicurare pane e lavoro alle masse meridionali e ai contadini poveri, imprimendo, in pari tempo, un impulso di ripresa nell'economia, scossa e quasi paralizzata dal crollo del regime borbonico" (12).
Come prevedibile, una serie di circostanze deteriora la situazione economica e produce contemporaneamente un inasprimento del carovita, mentre il malcontento dei contadini comincia a manifestarsi chiaramente nei tumulti cosiddetti "reazionari".
L' 8 di dicembre 1860 a Sava e a Torricella, il 10 dicembre a Surbo e subito dopo a Poggiardo, il 23 marzo a Cocumola, Ortelle, Vitigliano, Cerfignano, Spongano e Andrano. Ad Oria la manifestazione "reazionaria" è repressa nel sangue e a Taviano, il 7 aprile del 1861 i fratelli Calzolaro uccidono Generoso Promitivo, primo eletto di quel comune. dando così inizio alla rivolta che si estende rapidamente nei paesi vicini.
Compiuto l'omicidio i rivoltosi si recano a Racale, e qui, rinvenuto un quadro di Ferdinando II°, improvvisano una processione sino ad Alliste dove vengono devastati i locali del Municipio. E' la volta poi di Ugento, Vernole, San Pietro in Lama, Minervino, Gallipoli. Intanto su tutto il territorio della provincia, come diretta conseguenza dello sviluppo del brigantaggio, si susseguono gli assalti alle caserme delle Guardie Nazionali per rifornirsi di armi.
Già nella prima metà del 1861 i ribelli, in seguito a numerosi furti, dispongono ormai di un discreto numero di armi e di munizioni, che permette loro di scontrarsi apertamente con le forze dell'ordine. Il primo conflitto a fuoco a Poggiardo "... i militi n'ebbero la peggio, anzi venutegli a mancare le munizioni, si dettero alla fuga inseguiti e malmenati dai briganti..." (13).
Nell'agosto del 1862 i principali capobanda di Terra d'Otranto si riuniscono nel bosco della Pianella, a nord di TA per concordare l'unità e il comando delle operazioni e suddividere le zone di competenza. Il primo fatto di sangue tra preti liberali e briganti è a Melissano, dove un prete don Marino Manco, canta in chiesa due "Te Deum" (14) per Garibaldi. I briganti la notte del 25 giugno 1863 bussano alla sua porta col pretesto di consegnargli un plico urgente, lo derubano e lo trascinano a casa dei suoi parenti dove ottengono altre 200 piastre (15). Il giorno seguente Don Marino denuncia il tutto all' autorita', per cui i briganti, qualche giorno dopo, lo uccidono barbaramente. L'avvenimento non sembra turbare tanto il vescovo Vetta, il quale, espulso dalla sede di Nardò, cerca in tutti i modi di rientrarvi.
Intanto nel mese di settembre il Ministro da Torino invia una circolare ai vescovi delle diocesi meridionali, invitandoli a concorrere: "... mercé l'uso degli espedienti morali in loro possesso" (16). Il Vetta non risponde all'appello del ministro se non dopo essere stato sollecitato dal prefetto e il 27 novembre invia una circolare ai parroci della diocesi di Nardò, prendendo a pretesto l'assassinio del Manco per condannare fermamente il brigantaggio, (sono trascorsi 128 giorni dall'uccisione del sacerdote!).
Purtroppo nella prima elezione comunale dopo l'Unità, quella del 19 maggio 1861, Nardò conferma la stessa classe dirigente che, con i decurionati, sotto il dominio borbonico, aveva gestito la politica locale. "Qui a Nardò, noi, si hanno due partiti". Si continua con il solito duplice schieramento: gruppo liberale = famiglia Zuccaro e gruppo clerico-borbonico = famiglia Personè.
Il primo sindaco di nomina regia fu Nicola Giulio del gruppo di Personè (7 luglio 1861). Tale corrente rimase incontrastata a governare Nardò sino al 1878 (17).




Francesco Bove

Grazie per l'attenzione.
  

(*) Il Vescovo Vetta si trovò a Nardò in un periodo storico molto turbolento (1860/1861), allorché il Regno delle due Sicilie fu sconvolto dai moti rivoluzionari per la cacciata della dinastia borbonica, dominante da molti anni, e per l’unificazione con il regno d’Italia, contrastati dalle soldatesche borboniche. Fu bersaglio di persecuzioni da parte dei liberali, fu vittima di violenze, subì il rapimento, l’allontanamento forzato dalla sede e dalla diocesi e il domicilio coatto.
Nel ministero pastorale di questa diocesi fu coadiuvato dall’arcidiacono Giuseppe M. Leante che era il vicario generale, e dai provicari generali, proposito Francesco Toraldo, dal 1851 al 1858, canonico Salvatore Perrone, dal 1858 al 1872, e primicerio Vincenzo Marinaci, per qualche anno soltanto, nel 1869.
(9) Archivio Vescovile di Nardò, A/87, Copialettere Luigi Vetta dal 1857 al 1871, lettera di mons. Vetta al card. di Napoli Riario Sforza, 28/gennaio/1860.
(10) Lettera del sindaco di Ginosa, De Biase, al sovrintendente di Taranto del 10/agosto/1860.
(11) Archivio statale di Lecce, Pref. Gab. ctg. 15 culto, f.551, lettera del delega-to di Pubblica Sicurezza di Nardò al Prefetto di Lecce, del 4/settembre/1860
(12) Franco Molfese, Storia del brigantaggio dopo l'Unità, Feltrinelli, Milano, 1976, pag. 46.
(13) Archivio statale di Lecce, Corte d'assise, anno 1861, n°338.
(14) E' l'inno più solenne di ringraziamento al Signore che si recita cantando in Chiesa.
(15) La piastra è la moneta d'argento in uso nel Regno delle due Sicilie e corri-sponde a 120 grana.
(16) 'Il Cittadino Leccese' del 5 dicembre 1863
(17) Al parlamento, nelle elezioni del 9 aprile 1882 è eletto un neretino per la prima volta nella storia della città: Giovanni Zuccaro, che vi rimane per una sola legislatura sino al 1886 con 350 voti su 772 neretini votanti.
 






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