Capitolo 3 - Il Clero Meridionale all'opposizione - NARDO' FOTO ARTE STORIA

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Capitolo 3 - Il Clero Meridionale all'opposizione

BRIGANTAGGIO
Autore: Prof. Francesco Bove - Preside in Quiescenza
                                    articolo pubblicato il 13 Ottobre 2021


Capitolo 3°     
Il clero meridionale all'opposizione
Il clero secolare e regolare nel Sud al tempo dell'unità nazionale è numeroso, influente, economicamente potente e tradizionalmente fedele ai Borboni. Già nel 1818 c'è un Concordato tra Papato e Regno, così il clero si viene a trovare in una situazione privilegiata nel contesto sociale.
I vescovi, dopo essere stati nominati dal papa, giurano fedeltà alla corona e si impegnano a riferire ogni cosa che avvenga ai danni dello stato borbonico. Nella reazione seguita al 1848 l'intero episcopato meridionale intensifica il controllo sul medio e basso clero con la riduzione dei benefici e la integrale loro obbedienza diretta ai vescovi.
Dopo la rivoluzione del 1848 c'è una involuzione burocratica che coinvolge anche la gerarchia ecclesiastica sino a trasformare i vescovi in alti funzionari dello stato.
Costoro non solo vengono ordinati su proposta del Re, ma sono tenuti a prestare giuramento di fedeltà alla dinastia borbonica, assumendo il compito di vigilare sull'ordine pubblico nella propria diocesi.
In questa situazione di diretta dipendenza del clero meridionale dalla Corona, è obiettivamente impossibile un qualsiasi dissenso politico, anzi, in previsione degli avvenimenti rivoluzionari: "...i vescovi furono chiamati alla mobilitazione in difesa del trono e dell'altare" (6).
Ma la maggior parte del clero non è preparato alla rivoluzione. Contrario persino al tentativo rivoluzionario di Francesco II°  (fig.Wikipedia.org) si trova ora con un governo rivoluzionario il cui principale obiettivo è quello di "usurpare" i domini temporali della Chiesa.
E così, non avendo altra alternativa, ritiene suo dovere:
- mantenersi leale ai Borboni;
- seguire le direttive che giungevano da Roma;
- rifiutare di adeguarsi al nuovo regime.
Tale rifiuto è ancora più pericoloso perché solo la Chiesa con la "... sua grande capacità organizzatrice era in grado di coagulare i consensi attorno ai programmi politici ed economici della borghesia, facendo accettare ai contadini la rivoluzione liberal-borghese" (7).
Ma il clero non segue questa via. La maggior parte, lungi dal prestarsi all'opera di stabilizzazione politica, smessa la funzione di garante dell'assolutismo borbonico, eccita il malcontento tra le masse popolari, incoraggiando il brigantaggio, rifiuta di prestare i propri uffici allo stato, palesandosi in questo modo come la più temibile forza di opposizione allo stato unitario.
E così che nel 1860 abbiamo da una parte un episcopato borbonico e dall'altra il medio e basso clero retrivo, innovatore e reazionario. L'alto clero segue attentamente anche le istruzioni e le scomuniche (8) che partivamo da Roma contro Vittorio Emanuele II° e tutto il suo governo, mentre il basso clero è ispiratore e promotore (occulto) delle rivolte contadine.
Così il consigliere per gli affari ecclesiastici, Mancini, emana il 17 febbraio del 1861, 6 decreti:
1 - uguaglianza civile e politica dei cittadini dei diversi culti;
2 - abolizione del privilegio del foro, gli ecclesiastici soggetti alla legge comune;
3 - ripristino del Regio-economato per l'amministrazione dei beni delle chiese vacanti.
4 - viene tolta la 'qualità' di ente morale a tutti gli ordini monastici;
5 - direzione governativa della cassa ecclesiastica;
6 - ingerenza dello stato nelle commissioni di beneficenza, di opere pie, orfanotrofi, ecc..
Tutto ciò richiede la vendita in massa dei beni ecclesiastici. Dopo un anno e mezzo, nel luglio del 1862, Mancini riferisce in Parlamento che le operazioni di esproprio sono solo all'inizio per la resistenza dei parecchi religiosi.
Sin in dai primordi del nuovo regno era stata deliberata la soppressione di 13.964 enti e corpi religiosi, altri 1.809 verranno soppressi nel 1861 e altri 25.080 nel 1866. Si tratta di un colpo formidabile inferto all'organizzazione e all'influenza economica e politica della Chiesa.
L'alienazione dell'asse ecclesiastico restituisce alla libera circolazione un'ingente massa di beni e contribuisce ad allargare il dominio della borghesia nelle campagne, in quanto, salvo rare eccezioni, i beni ecclesiastici vengono
acquistati a prezzi irrisori dai borghesi e dai grandi proprietari terrieri, i quali si servono dei pregiudizi religiosi delle masse per allontanare i contadini dalle aste di vendita e mettere le mani su questa ingente massa di beni.
I pregiudizi sono le invettive della gerarchia ecclesiastica, le scomuniche contro i 'sacrileghi acquirenti'. Per la Chiesa la destra si richiamava esplicitamente all'Illuminismo, mentre la sinistra, vedi Garibaldi e Mazzini, è dichiaratamente contro la religione cattolica.
Abbiamo dunque due posizioni nette: da una parte il Papa, che voleva mantenere lo stato temporale del Regno Pontificio, forte di una tradizione secolare che risaliva al Medioevo, dall'altra lo Stato Risorgimentale, forte del suo diritto rivoluzionario, desideroso di arrivare a Roma e sciogliere il voto dell'Unità d'Italia.


Francesco Bove

Grazie per l'attenzione.
  

(6)Bruno Pellegrino, Chiesa e rivoluzione unitaria nel Mezzogiorno (L'episcopato meridionale dall'assolutismo borbonico alla stato borghese), 1860/1861, Edizioni di storia della letteratura, Roma, 1979, pag. 15
(7)Antonio Gramsci, Quaderni dal carcere, Torino, 1975, pag. 1391 .
(8) Basta ricordare il 'Sillabo'. Con questo nome si designano le 80 proposizioni condannate dal papa Pio IX con l'enciclica 'Quanta cura' dell'8 dicembre 1864 che precisava e condannava: "... i principali errori della età nostra...", tra i quali ricordiamo il socialismo, il comunismo, il naturalismo, le società clerico-liberali, tutti errori che erano causati dall'attuale liberalismo piemontese.
Non va dimenticato che nel 1864 abbiamo la 'Convenzione di Settembre' con la quale:
a) Napoleone III si impegnava a ritirare le sue truppe entro due anni;
b) il Papa è autorizzato ad organizzare un esercito di volontari;
c) Vittorio Emanuele II sposta la capitale da Torino a Firenze.
 






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